martedì 7 febbraio 2012

...tu chiamale se vuoi...

…l’aria era stata a lungo troppo pungente in quell’inverno pieno di mattine assolate e gelide. Era un freddo arido, di quelli che penetrano nelle ossa come stille aguzze e sottili, irritante nel suo prolungarsi di giornate sotto lo zero.
I vecchi abitanti di quella valle, ogni mattina, al replicarsi delle gelate notturne,  ripetevano a mente l’antico detto: “…dopo tre gelate, o bianco o nero…” ma la pioggia e la neve, per oltre un mese, stentavano ancora a venir giù.
Era di una bellezza devastante il paesaggio che ogni mattina si schiudeva sotto i gelidi raggi del sole: distese bianche e ghiacciate d’erba e siepi di rovi, vette bianchissime tutt’intorno a stagliarsi in un cielo azzurro e limpido… sereno e gelido, come una bella donna di nordiche sembianze.
Poi, d’un tratto, il tempo mutò repentinamente, l’aria si fece d’improvviso tiepida, poi umida, bianca, pesante e gonfia di nuvole grigie e compatte.
La sera portò con se qualche innocuo fiocco di neve, recato dal vento piuttosto che sceso dal cielo, o, almeno, così sembrava.
La mattina seguente fu candida e stupefacente: la neve aveva avvolto ogni cosa e continuava a cadere fitta, sottile, abbondante. Una coltre di oltre mezzo metro aveva ormai reso uniforme e dispersivo l’intero paesaggio: alberi piegati dal peso della neve, strade e sentieri imbiancati, case dai tetti immacolati e mucchi ai lati delle strade a coprire ogni cosa: auto, cassonetti, fioriere e siepi.
Quell’enorme massa candida, scesa con troppa opulenza dal cielo, paralizzò la vita di ogni giorno, quella a cui non si fa più caso, piena di traffico, code ai semafori, gente assonnata che ripete il quotidiano rituale del vivere senza fermarsi a guardare il volto delle altre persone, che non ascolta e non vuole sentire, tappandosi le orecchie con gli auricolari dell’ipod alle fermate della metropolitana, sul treno o dentro a un bus. Lei, una delle tante formiche che ogni giorno brulicava operosa attorno al formicaio, quella mattina fu costretta a restare a casa: scuole, uffici, fabbriche, erano irraggiungibili con gli usuali mezzi di trasporto.
Aprì il suo guardaroba e si mise a cercare le calzamaglie di lana, la sciarpa, i guanti, il cappello… tirò anche fuori la bambina rimasta chiusa nella scatola dei ricordi.
Era già sotto la neve e non le importava di avere freddo, di doversi recare a piedi a destinazione con le sporte pesanti della spesa, i suoi bimbi ultraottantenni la stavano aspettando, intimoriti come topi chiusi in casa.
Percorse le strade innevate della sua infanzia, e ad ogni passo incontrava un particolare di quelle lontane giornate: rivide i suoi compagni di scuola lungo da discesa di Via Trento, intenti in un’accesa battaglia a palle di neve,  una di queste la colpì facendola cadere in un mucchio di neve alto 80 cm. Sprofondò in quel morbido atterraggio senza tentare di ripararsi … stava ridendo! Scorse più in là altri bambini buttati a terra a pancia in giù  su uno slittino, scivolavano chiassosi, con le guance irrorate dal freddo e dal divertimento.
Avrebbe voluto raccontare al mondo intero di quei ricordi così vivi, resi dal tempo inossidabili, ma erano i suoi ricordi… soltanto i suoi ricordi, di nessun altro…  Chi mai potrà udire le mie emozioni, pensò… le emozioni non parlano, emanano da uno sguardo, dall’espressione di un volto e ognuno di noi, ogni giorno dimentica di  osservarle, anche se sono sempre lì, a portata di tutti.
Erano trascorse diverse ore, e lei era scesa di nuovo per le strade della sua città, stavolta solo per ascoltare il silenzio della neve... e le mille voci dell’anima. Dolci, come il suono soffocato della campana, buffe, come il volto di una statua avvolto in un candido turbante,  dense e profonde come la fitta coltre del viale dei giardini circondata da un tunnel di rami piegati…
Guardandosi intorno, scorse tante persone intorno a sé: commercianti con una pala in mano, donne con la busta della spesa, ragazzi con la telecamera del telefonino, bambini a spasso con i genitori …
Veniva giù la più grande nevicata del secolo e la gente aveva soltanto voglia di un sorriso!



mercoledì 16 novembre 2011

...Ricomincio da qui

Ideali sdraiati al sole:
frantumi legati al forse, svuotati dal però …
Poi nuovi bagliori
aprono la vita alla speranza.
E non più frantumi
ma telo spiegato
teso nel sereno.
m. l. v.